I love drystone

Drystone è Pietrasecca, la parete rocciosa che sta sotto l’omonimo paesino abruzzese. Una parete di calcare … anzi :

Calcare di ambiente non dominato da produttività di alghe verdi e coralli. Grainstone di colore rosso mattone, pervaso da ossidi. Superficie di aspetto mammellonare a piccola scala, con incrostazioni e ciotoletti fosfatici, intraclasti e glaucomie con concentrazioni di piccoli echinoidi irregolari. Formatosi nel Miocene Serravalliano fra gli 11,5 e 13,5 milioni di anni fa.

Questa roccia, sarà per la presenza discreta degli echinoidi, gli arrampicatori l’hanno sempre trovata bellissima.  Io amo particolarmente i ciotoletti fosfatici, li trovo veramente accattivanti.

Fatto è che da decenni Pietrasecca è meta di arrampicatori laziali e abruzzesi. In questa falesia si sono consumate gesta epiche.
Tanti, tutti gli arrampicatori della zona,  sono passati e passano per Pietrasecca. E le vie hanno anche un certo alone di mito, che le rende qualcosa cui avvicinarsi con discrezione e rispetto.  Sono solo linee sulla roccia, segni di magnesite e qualche fix lucente… ma opere che a forza di guardarle e di pensarci finisci per amarle. Anche quella, anzi forse di più, su cui non metterai mai le mani perchè troppo dure per te.

La storia di quelle linee promana dalla roccia, scende lungo i versanti scoscesi, si spande nella valle. Allora ami il posto e lo trovi bello. Il rumore dell’autostrada diventa come il sottofondo della risacca del mare, le bottiglie rotte ciotoli colorati, i frigoriferi incastrati fra gli alberi simpatiche e originali decorazioni, le buste dell’immondizia … vorrei dire giocose meduse, ma… è finito l’effetto dell’acido.

Sì perchè una volta, non c’era la nettezza urbana (bei tempi: non c’era nemmeno la relativa proteiforme tassa) e dai paesini come Pietrasecca posti sopra una rupe, per difesa e per questioni climatiche, i rifiuti li buttavano giù dalla scarpata e – i maiali prima, i batteri dopo – quelli scomparivano, assorbiti dall’ambiente circostante. Ma allora i rifiuti non erano quelli di adesso. I pressocché eterni derivati della plastica non esistevano fino all’inizio degli anni 60… i rifiuti erano roba organica e/o al massimo, roba del novecento, un po’ di carta, qualche barattolo e bottiglia.

Poi sono arrivati i derivati del petrolio, che come il calcare è un residuo della vita in altra forma, tramutato in energia ma anche in migliaia di forme di robe, utilissime o meno, che poi quasi tutte buttiamo: confezioni, polistirolo, tessuti, oggetti, buste, scatolette, plastiche, contenitori.

Purtroppo, per qualcuno degli abitanti di questo paesino sulla rupe, le abitudini delle generazioni precedenti sono qualcosa scritto nel dna, e continuano a buttare roba di sotto. Anche ora che nulla più sparisce e, inattaccabile a maiali e batteri, resta lì, quasi per sempre.

Così ancora oggi, mentre scali, ogni tanto senti il fruscio della busta piena che vola dalle ultime case e fai in tempo a vedere quella traiettoria sghemba concludersi in una soffocata esplosione di oggetti proprio lì sul sentiero.

Mica è tutto il paese, per carità: i Pietraseccari al 99,9% non lo fanno. Ma ne bastano uno o due, magari anziani, cui pesa recarsi al più vicino cassonetto e trovano più facile buttarli giù dalla finestra di casa. Forse nemmeno tutti i giorni, ma proprio quando non va loro di uscire e risalire quelle erte che sempre, nei paesi abbarbicati, dividono le ultime case dalla piazzetta in cui arriva il mezzo della nettezza urbana. E basta che qualcuno lo faccia, anche ogni tanto, che per la longevità immarcescibile di questi, lì sotto diventa un vero schifo.

Gli arrampicatori puliscono… perlomeno molti lo fanno. E ogni tanto qualcuno ha organizzato vere e proprie spedizioni per portar via materassi e reti del letto, sedie e altro. Ma non è facile trattare cocci di bottiglia, pannoloni di incontinenti, siringhe e barattoli di latta. Senza contare quello che rimane appeso sui rami degli alberi a penzolare, agitato dal vento.

Eppure… l’amore per questa roccia è tale che non ci facciamo caso. Ci sono placche, tacche, svasi, fessure, buchi, reglette, canne, piatti… non c’è una via che sia brutta (oddio forse un paio…) su tutte le difficoltà. In questo senso Pietrasecca è democratica. Regala la sua bellezza agli arrampicatori di ogni ordine e grado. E’ uno dei pochi posti in cui puoi trovare a poca distanza fortissimi e principianti. E a tutti distribuisce linee perfette.

D’altro canto… sono solo sassi … ma anche la pietra del Michelangelo era solo sasso e le sue pitture solo pigmenti colorati su una tela. E’ nella testa di chi guarda che forme, luci e colori prendono significato.

Gli arrampicatori sono così… la roccia parla ad ognuno un linguaggio di segni scolpiti dal tempo, linee che il corpo legge e a cui risponde con dei movimenti. E in questo dialogo fra l’uomo e la sfinge di pietra tutto il resto in quella luce radente trasfigura.

E così… il rumore dell’autostrada è il mare…

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4 commenti su “I love drystone

  1. gomiti tirati, talloni alti, polpaccio teso.
    Ti sei appeso al rinvio successivo.

    Pippa.

I commenti sono chiusi.